Plasmaferesi terapeutica: alcune precisazioni e concetti

In quest’ultimi giorni abbiamo sentito parlare della cura del COVID-19 mediante infusione di plasma iperimmune derivato dai pazienti guariti, praticata per prima in Italia dal Dott. Giovanni De Donno, Primario del Reparto di Pneumologia dell‚ÄôOspedale “Carlo Poma” di Mantova.

Presentata come la scoperta dell’ultima ora, qualcosa di rivoluzionario che ci vogliono tenere nascosto per far arricchire le case farmaceutiche, l’infusione di immunoglobuline plasmatiche √® una terapia in uso da decenni per le patologie infettive. √ą una terapia descritta nel 1913 la cui efficacia √® nota nella comunit√† scientifica dal 1951.

La procedura è utilizzata per trattare un gran numero di malattie, incluse quelle del sistema immunitario, tra le quali la miastenia gravis, la sindrome di Guillain-Barré e il lupus eritematoso sistemico, per rimuovere dal circolo ematico tossine introdotte nel corpo.

Riguardo l’applicazione per il trattamento terapeutico del COVID-16 bisogna tener presente che questa √® una TERAPIA DI EMERGENZA E NON DI ROUTINE, in quanto presenta una serie di limitazioni:

1) il plasma è un emoderivato, per cui, come anche gli organi e il sangue intero, deve essere sottoposto a test per scongiurare il rischio di infezione da HIV ed epatiti;

2) non si usa il plasma dei guariti in generale ma dei convalescenti, ossia soggetti guariti da poco tempo e che quindi hanno ancora una produzione anticorpale attiva.
Il titolo anticorpale (ossia la quantit√† di anticorpi diretti conto uno specifico target) si riduce nel tempo, per cui i guariti non sono utilizzabili all’infinito, perch√© a un certo punto la quantit√† di anticorpi presente √® cos√¨ bassa da essere inefficace verso un’infezione attiva;

3) il plasma dei convalescenti non sono tutti uguali perché non tutti i soggetti hanno la stessa produzione anticorpale. Per la terapia si utilizzano i soggetti iperimmuni, ossia con titolo anticorpale elevato ;

4) non tutti i soggetti iperimmuni possono essere usati, età superiore ai 65 anni e gravidanze fanno sì che i soggetti vengano esclusi;

5) il plasma dei convalescenti non contiene solo gli anticorpi di interesse ma tutta una serie di altri anticorpi che possono dare cross-reazioni;

6) l’infusione di plasma pu√≤ essere fatta entro una finestra temporale definita, altrimenti non √® pi√Ļ efficace;

7) l’infusione di plasma non induce una risposta immunitaria autonoma nel paziente, che quindi non √® esente dal rischio di reinfezione/riattivazione.

In sintesi quindi, la terapia con plasma è un approccio di emergenza, perché dipende dal numero di soggetti convalescenti disponibili (ossia dalla circolazione del virus stesso) e dalla tempestività della terapia.

√ą chiaro quindi che per usare l’infusione di plasma come terapia di routine, dovremmo trovarci ogni volta di fronte a una situazione come quella che stiamo vivendo, con un numero molto elevato di contagiati nello stesso momento, situazione che nessuna persona di buon senso auspica.

Cosa fa un farmaco?

Un farmaco ci permette di essere “terapeuticamente indipendenti”: se arriva un paziente in ospedale che necessita di trattamento, non dobbiamo sperare che ci sia un convalescente idoneo nei paraggi. Resta il fatto che se la sintomatologia si aggrava rapidamente c’√® il rischio che il farmaco non agisca in tempo e il paziente muoia.

Cosa fa invece il vaccino?

Un vaccino √® un preparato contenente patogeni morti/ attenuati o loro singole componenti, ossia nulla in grado di dare patologia in soggetti immunocompetenti. Tali preparati fanno s√¨ che i soggetti vaccinati producano i PROPRI ANTICORPI, per cui, nel momento in cui si viene in contatto con il patogeno, l’organismo √® gi√† equipaggiato per rispondere efficacemente ed evitare la sintomatologia clinica (NB: quando si contrae un’infezione, il numero di patogeni √® inizialmente basso, per cui i titoli anticorpali basali, pur essendo bassi, sono sufficienti a bloccare l’infezione). Per cui con il vaccino siamo protetti dalla malattia, il virus non circola perch√© non ha modo di attecchire nell’individuo e non si ha bisogno di cure.

Le tre cose non si escludono tra loro: mentre i clinici trattano i pazienti nella fase di emergenza, i ricercatori investigano su farmaci e vaccini.

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