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Quarantena e isolamento fiduciario per Covid: cosa sono, quanto durano e come funzionano

Le domande di chi risulta positivo con sintomi o asintomatico oppure è entrato a contatto con un caso accertato di Covid-19 sono molte, ma le risposte spesso confuse. Vediamo insieme come comportarci 

Con il ritorno dei contagi e la difficoltà delle regioni a tracciare la diffusione dell’epidemia, uno degli aspetti cruciali per il controllo di quest’ultima è quello della corretta gestione di isolamento e quarantena per le persone infette o potenzialmente contagiate.

Sulla base delle nuove evidenze scientifiche ed epidemiologiche e sulle indicazioni degli organismi internazionali, il Ministero della Salute italiano pochi giorni fa ha modificato le regole che i cittadini devono seguire in caso di contagio o di contatti stretti con persone positive. Ha inoltre chiarito alcuni dubbi sulla diversa gestione di sintomatici e asintomatici. 

Isolamento fiduciario e quarantena: differenza

Nella circolare del Ministero viene chiarita prima di tutto la differenza tra quarantena e isolamento fiduciario, spesso usati erroneamente come sinonimi poiché fanno riferimento a due condizioni diverse. Vediamole nello specifico.

Che cos’è a la quarantena per Covid

La quarantena interessa le persone sane che sono venute a contatto con un positivo e potrebbero essere potenzialmente esposte al rischio infettivo. 

Poiché l’obiettivo è monitorare l’eventuale comparsa di sintomi e identificare nuovi casi, le persone in quarantena non devono avere contatti con nessuno per la durata del periodo di incubazione del virus (circa 10 giorni).

L’isolamento fiduciario per Covid 

L’isolamento fiduciario riguarda i casi accertati di Covid-19 (positivi al tampone), che devono separarsi dalla comunità ed evitare in tutti i modi la trasmissione dell’infezione. 

Il periodo di contagiosità può essere diverso a seconda della presenza o meno dei sintomi e la durata dell’isolamento può quindi cambiare

Vediamo insieme quali sono le tempistiche corrette e le procedure da seguire in caso di isolamento e quarantena.

Isolamento fiduciario: cosa fare con tampone positivo e sintomi

Coloro che presentano i sintomi da Covid-19 e risultano positivi al tampone, per rientrare in comunità dopo l’isolamento devono aspettare almeno 10 giorni dalla comparsa dei sintomi e devono aver effettuato un test molecolare (tampone classico) con esito negativo dopo almeno 3 giorni senza sintomi

Non vengono presi in considerazione perdita di olfatto (anosmia) e perdita di gusto (ageusia) perché possono avere una persistenza prolungata nel tempo.

Isolamento fiduciario: cosa fare con tampone positivo e assenza di sintomi

Gli asintomatici con tampone positivo possono rientrare alla propria vita sociale solo dopo un periodo di isolamento fiduciario di almeno 10 giorni dalla positivizzazione, e solo in seguito a un ulteriore tampone con risultato negativo.

Cosa fare se il tampone non si negativizza

Possono verificarsi situazioni in cui gli asintomatici e coloro che non presentano più sintomatologia rimangano positivi per lungo tempo. In questo caso, e a seconda delle caratteristiche dei singoli, è necessario consultarsi con gli esperti per valutare la possibilità di interrompere l’isolamento dopo 21 giorni dalla comparsa dei sintomi

Questo perché gli ultimi studi hanno mostrato che la quantità di carica virale in naso e gola si abbassa significativamente subito dopo lo sviluppo dei sintomi e che la durata effettiva dell’infettività non è solitamente più lunga di dieci giorni dall’inizio dei sintomi. 

Cosa fare se si è stati a contatto con un caso accertato di Covid-19

Coloro che sono entrati a contatto con un caso accertato di Covid-19 devono rispettare un periodo di quarantena della durata di:

  • 14 giorni dall’ultima esposizione al caso positivo senza doversi poi sottoporre ad alcun test;
  • oppure di 10 giorni dall’ultima esposizione al caso positivo, seguiti da un test antigenico o molecolare con esito negativo.

COVID-19: Quali Test e come funzionano

  1. TEST MOLECOLARE

È il cosiddetto “tampone”, il test attualmente più affidabile, quello che oggi viene utilizzato per la diagnosi di infezione da coronavirus. Viene prelevato con un lungo bastoncino simile ad un cotton-fioc un campione delle vie respiratorie del paziente, preferibilmente dalla mucosa naso-faringea o, laddove possibile (in ospedale), si usa espettorato o broncolavaggio o broncoaspirato. Questo campione viene quindi analizzato attraverso metodi molecolari di real-time RT-PCR (Reverse Transcription-Polymerase Chain Reaction) per l’amplificazione dei geni virali maggiormente espressi durante l’infezione. L’analisi può essere effettuata solo in laboratori altamente specializzati e formalmente individuati dalle autorità sanitarie, e richiede in media dalle due alle sei ore dal momento in cui il campione viene avviato alla processazione in laboratorio.

  1. TEST ANTIGENICO

Questa tipologia di test è basata sulla ricerca, nei campioni respiratori del paziente, delle proteine virali (antigeni). Le modalità di raccolta del campione sono del tutto analoghe a quelle dei test molecolari (tampone naso-faringeo), i tempi di risposta sono molto brevi (circa 15 minuti), ma la sensibilità e specificità di questo test sono inferiori a quelle del test molecolare, quindi le diagnosi di positività ottenute con questo test devono essere confermate da un secondo tampone molecolare. Questo “tampone rapido”, è stato recentemente introdotto per le situazioni, per esempio nello screening dei passeggeri negli aeroporti, dove è importante avere una risposta in tempi rapidi. I test antigenici esistono in versione POCT (cioè si possono effettuare al sito del prelievo), e in versione “da laboratorio” (cioè richiedono attrezzature di laboratorio).

  1. TEST SIEROLOGICO CLASSICO

Mentre il “tampone”, sia esso molecolare o rapido, individua nelle secrezioni respiratorie del paziente il virus o le sue proteine, il test sierologico (o immunologico) rileva la presenza nel sangue degli anticorpi specifici che il sistema immunitario produce in risposta all’infezione, la loro tipologia (IgG, IgM, IgA), ed eventualmente la loro quantità. Questo test, denominato anche ELISA o CLIA o IFA a secondo della tecnologia utilizzata, richiede un prelievo di sangue venoso, e viene effettuato presso laboratori specializzati.

  1. TEST SIEROLOGICO RAPIDO

I test sierologici rapidi si basano sullo stesso principio di quelli classici, ma sono semplificati e dànno risposte solo di tipo qualitativo, dicono cioè soltanto se nell’organismo sono presenti gli anticorpi specifici per il virus. Questi test sono di semplice esecuzione, hanno tempi medi di risposta di circa 15 minuti e possono essere effettuati anche al di fuori dei laboratori: sul dispositivo di rilevazione viene depositata una goccia di sangue ottenuta con un pungidito, e la presenza di anticorpi viene visualizzata mediante la comparsa sul dispositivo di una banda colorata o di un segnale fluorescente letto con uno strumentino portatile. L’affidabilità di questo tipo di test è tuttavia molto variabile, e l’Organizzazione Mondiale della Sanità attualmente non raccomanda l’utilizzo di questo tipo di test per la rilevazione di anticorpi nell’assistenza ai pazienti.

È importante sottolineare, in conclusione, che i test sierologici, per la loro stessa natura, non sono in grado di dire se il paziente ha una infezione in atto, ma soltanto se è entrato o meno in contatto con il virus. Quando ci infettiamo il nostro organismo impiega alcuni giorni prima di produrre gli anticorpi specifici, che poi rimangono in circolazione per parecchio tempo dopo che l’infezione è stata superata ed il virus eliminato. Una persona positiva al test sierologico potrebbe quindi non avere più una infezione in corso, e viceversa un risultato negativo del test sierologico non esclude che la persona sia positiva al virus perché si è infettata da poco. Il test sierologico classico non ha pertanto valore diagnostico, se non in determinati casi, nei quali va associata la valutazione della sintomatologia e del decorso clinico del singolo paziente; la ricerca degli anticorpi specifici effettuata con i test sierologici è invece estremamente utile negli studi epidemiologici, per la valutazione della reale circolazione di un virus nella popolazione dopo un evento epidemico. In conclusione, i test sierologici non possono essere utilizzati per la diagnosi di infezione in atto: a tal fine occorre utilizzare i metodi diagnostici che rilevano la presenza diretta del genoma del virus o delle sue proteine Il test molecolare è considerato il gold standard per la diagnosi, mentre gli altri metodi vanno utilizzati se non si dispone della possibilità di accedere al test molecolare classico, oppure per scopi diversi dal contesto diagnostico, quale la sorveglianza epidemiologica.

  1. I TEST SALIVARI

Recentemente sono stati proposti sul mercato test che utilizzano come campione da analizzare la saliva. Il prelievo di saliva è più semplice e meno invasivo rispetto al tampone naso-faringeo o al prelievo di sangue, quindi questa tipologia di test potrebbe risultare utile per lo screening di grandi numeri di persone. Come per i tamponi, anche per i test salivari esistono test di tipo molecolare (che rilevano cioè la presenza nel campione dell’RNA del virus) e di tipo antigenico (che rilevano nel campione le proteine virali).

Il test salivare molecolare testato presso il laboratorio di virologia dello Spallanzani utilizza uno dei sistemi correntemente utilizzati per i tamponi naso-faringei, che ha appena conseguito il marchio CE per l’utilizzo anche con la saliva. Questa apparecchiatura tuttavia non ha una processività elevata: riesce infatti ad effettuare solo 8 campioni per volta, con tempi di analisi dei campioni di circa un’ora. Pertanto il suo utilizzo è indicato soltanto in casi particolari, come per esempio la conferma urgente di positività riscontrate nel corso di test antigenici. In genere la saliva non si presta bene all’utilizzo con le apparecchiature di laboratorio altamente automatizzate che si usano per processare elevati volumi di campioni molecolari, perché essa ha densità variabile e creerebbe problemi ai sistemi di pescaggio ad alta automazione.

Per quanto riguarda i test salivari antigenici, il nostro laboratorio ha testato due soluzioni. La prima ha mostrato livelli di sensibilità simili a quelli dei tamponi antigenici rapidi, ma il test deve essere effettuato in laboratorio, quindi, a meno che non si attivino unità di laboratorio presso i punti dove viene effettuato il prelievo, non è utilizzabile in contesti di screening rapido (es. aeroporti) dal momento che tra prelievo del campione, trasporto e accettazione in laboratorio, esecuzione del test e refertazione, i risultati, seppur più veloci ad ottenersi rispetto al test molecolare, non sono immediati. La seconda soluzione invece è a lettura visiva (c.d. “saponetta”), non richiede strumentazione di laboratorio, può essere quindi utilizzata fuori dai laboratori e dà i risultati in pochi minuti, ma applicato alla saliva (contesto diverso da quello per cui è certificato, cioè tampone), ai primi test effettuati sembrerebbe risultare meno performante rispetto al test molecolare standard.

IN CONCLUSIONE…

I test sierologici non possono essere utilizzati per la diagnosi di infezione in atto: a tal fine occorre utilizzare i metodi diagnostici che rilevano la presenza diretta del genoma del virus o delle sue proteine (antigeni);

I test antigenici rapidi su tampone naso-faringeo possono essere utili in determinati contesti, come il tracciamento dei contatti di casi positivi o lo screening rapido di numerose persone;

I test antigenici e molecolari su campioni di saliva al momento difficilmente si prestano allo screening rapido di numerose persone in quanto richiedono un laboratorio attrezzato;

Il test molecolare rimane a tutt’oggi il gold standard per la diagnosi; gli altri metodi vanno utilizzati se non si dispone della possibilità di accedere al test molecolare classico, oppure per scopi diversi dal contesto diagnostico, quale la sorveglianza epidemiologica.

PROTEINA C REATTIVA ULTRASENSIBILE (PCR-ULTRASENSIBILE):

Tale dosaggio si rende necessario per valutare lo stato infiammatorio del soggetto che, dai più recenti studi appare essere tra i biomarker più precoci ed importanti per la valutazione clinico-laboratoristica del soggetto ai fini dello studio delle prime manifestazioni e della prognosi della infezione COVID-19

INTERPRETAZIONE GENERICA DEI RISULTATI

NB: L’interpretazione dei risultati qui presentata rappresenta solo uno schema indicativo e generale da inserire nella valutazione clinica del soggetto, sempre da sottoporre a verifica e giudizio da parte del medico curante

“Dati di evidenza scientifica forniti dall’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive IRCCS “Lazzaro Spallanzani”.

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COMITATO SCIENTIFICO
Giustino Ciccone
Franca Macrì

GRUPPO DI LAVORO
Francesco Losardo
Marco Liporace
Nicola Biagio Mitidieri
Virginia Nocito

Stati generali: le proposte degli infermieri

Stati generali: nell’ultima giornata a Villa Pamphili a Roma il premier Conte ha anche incontrato le Federazioni delle professioni sanitarie che hanno esposto il percorso futuro della propria professione e dell’assistenza sanitaria.

La Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche, che con i suoi 450mila iscritti rappresenta oltre il 41% delle forze del Servizio sanitario nazionale e oltre il 61% degli organici delle professioni sanitarie in generale, punta al territorio.

E lo fa prima di tutto declinando la figura dell’infermiere di famiglia e comunità istituito ufficialmente dal Patto per la salute e inserito per legge dal decreto Rilancio all’esame del Parlamento

“E’ necessario garantire il potenziamento della presa in carico sul territorio e a domicilio dei soggetti affetti da SARS-COV-2 e, più in generale dalle persone che versano in condizione di fragilità – hanno spiegato a Conte la presidente FNOPI Barbara Mangiacavalli e la vicepresidente Ausilia Pulimeno – In particolare, è  necessario prevedere che l’infermiere di famiglia e comunità partecipi all’attuazione dei piani di assistenza territoriale da disegnare con una reale multi professionalità per identificare e gestire i contatti, l’organizzazione dell’attività di sorveglianza attiva e  ricopra un ruolo di responsabilità nell’ambito dei processi infermieristici a livello distrettuale”

Poi le richieste per la professione, prima tra tutte la realizzazione di un‘area contrattuale infermieristica che riconosca peculiarità, competenza e indispensabilità ormai evidenti della categoria.

“Serve anche un ulteriore adeguamento delle dotazioni organiche oltre i numeri dei decreti legati all’emergenza – prosegue Mangiacavalli – con l’aggiornamento della programmazione degli accessi universitari: gli infermieri non bastano, ne mancano 53mila ma gli Atenei puntano ogni anno al ribasso”.

“Necessario – aggiunge – anche l’aggiornamento della normativa sull’accesso alla direzione delle aziende di servizi alla persona: siamo sul territorio, dove l’emergenza ha dimostrato che non è possibile prescindere da una competenza sanitaria di tipo assistenziale a garanzia dei cittadini. Come nelle RSA ad esempio, nota dolente durante la pandemia, ma anche a domicilio con cronici, anziani, non autosufficienti e così via”.

E sempre nell’ottica di garantire la continuità dell’assistenza, la FNOPI chiede di superare i vincoli di esclusività per consentire un’attività professionale a favore di strutture sociosanitarie (RSA, case di riposo, strutture residenziali, riabilitative…), per far fronte alla gravissima carenza di personale infermieristico di queste strutture. Applicando anche nel caso la legge 1 del 2002) di 18 anni fa quindi) che prevedeva prestazioni aggiuntive e possibilità che altro non sono se non il richiamo in servizio di pensionati e contratti a tempo determinato utilizzati una tantum (ma indispensabili a quanto pare) per COVID-19.

Poi le questioni economiche, ricordando che gli infermieri in Italia sono tra i meno pagati d’Europa: la loro retribuzione è compresa tra i 1.200 e i 1.600 euro al mese. Le richieste FNOPI sono di una indennità infermieristica che, al pari di quella già riconosciuta per altre professioni sanitarie della dirigenza, sia parte del trattamento economico fondamentale, non una “una tantum” e riconosca e valorizzi sul piano economico le profonde differenze rispetto alle altre professioni, sempre esistite, ma rese evidenti proprio da COVID-19 e “le garanzie sull’adeguamento dei fondi contrattuali e possibilità di un loro utilizzo per un’indennità specifica e dignitosa per tutti i professionisti che assistono pazienti con un rischio infettivo, ma anche delle retribuzioni ordinarie degli infermieri”, precisa Mangiacavalli.

“Ovviamente la Federazione – conclude la presidente FNOPI – è pronta a dare tutto il supporto necessario alle istituzioni per realizzare queste richieste nel modo migliore, più equo, ma anche più rapido possibile. Per ridisegnare un servizio sanitario, sia pubblico che privato, efficiente e preparato più di quanto il nostro si sia già dimostrato. I modi ci sono, basta volerli prendere in considerazione davvero”.

Fonte FNOPI: https://www.fnopi.it/2020/06/21/stati-generali-proposte-infermieri/

DM 82 del 14/05/2020: Rabbia e indignazione

Indigniamoci! Arrabbiamoci! E’ la nostra storia che ci esorta a farlo.

E’ la nostra realtà che ci invita e ci costringe a farlo. Motivazioni per aderire a questo appello ce ne sono migliaia. La nostra lotta, la nostra lotta di professionisti infermieri si deve, a questo punto, impregnare di rabbia e indignazione.

In pieno clima di emergenza sanitaria in cui, come infermieri, abbiamo dato dimostrazione di grandissimo valore professionale e umano, periodo in cui senza il nostro apporto e sacrificio, anche di vite umane, non si sarebbe potuto dare argine ad uno tsunami che stava coinvolgendo tutta la nazione, cosa accade? Accade che nel più assoluto silenzio e senza alcuna motivazione sorretta da criteri scientifici evidenti, il buon ministro (la minuscola è voluta) Dell’Università e della Ricerca Scientifica (MIUR) cosa fa? Emana il DM 82 14/05/2020, recante in oggetto “modifica requisiti di docenza lauree per infermieri”. Mentre la premessa parla di “ Valorizzazione dell’efficienza delle Università e conseguente introduzione di meccanismi premiali…” per “ consentire agli atenei, a causa dell’emergenza sanitaria in corso, di ampliare l’offerta formativa dei corsi di laurea in infermieristica, nell’ambito dei corsi di laurea della classe L/SNT/01 delle professioni sanitarie”, leggendo l’articolo 1 restiamo sbigottiti.

Come si può migliorare l’offerta formativa prevedendo una riduzione del numero dei docenti infermieri? La rabbia e l’indignazione si manifestano poi alla lettura del comma 2 del suddetto articolo che cita: “ Al fine di compensare la riduzione di docenti universitari di riferimento di cui al comma 1, gli atenei individuano almeno due medici ospedalieri da indicare come personale medico di riferimento coinvolto per ogni corso di laurea in infermieristica.”


Adesso qualcuno provi a spiegare una cosa e provi a rispondere a questa domanda: In quale parte del mondo, in quale facoltà di Nursing, si perché esistono dappertutto, si individuano medici ospedalieri come riferimento per i corsi di laurea in Infermieristica? In quale paese del mondo nelle facoltà di Nursing viene dimezzato il numero minimo di docenti infermieri per fare spazio a medici? Siamo fuori dal mondo. Si stanno azzerando anni di crescita evolutiva in un settore scientifico disciplinare che tanti risultati ha raggiunto in questi ultimi20/25 anni.

Questo DM, che definire orrendo e anacronistico è poco, va in direzione opposta a quanto avviene nel resto del mondo. Sono innumerevoli le evidenze scientifiche nazionali e internazionali e gli esempi professionalmente e scientificamente validati dei vari paesi dove l’infermiere è sempre più punto e riferimento centrale per una corretta erogazione dei processi di cura. Purtroppo il riconoscimento sociale e professionale, riscontrato durante la pandemia COVID, non è seguito da un reale riconoscimento istituzionale.

Noi infermieri non vogliamo tornare indietro, anzi noi infermieri rilanciamo e raddoppiamo. A quando l’istituzione delle Facoltà di Nursing e/o delle Professioni Sanitarie? Dobbiamo sederci al tavolo, arrabbiati e indignati, non per trattare bensì per rilanciare.

Giustino Ciccone – Franca Macrì

e’ davvero utile eseguire un test che ricerchi anticorpi contro il corona virus nel sangue?

Vi riporto un interessante editoriale di alcuni ricercatori americani sulla reale utilità dei test sierologici attualmente disponibili

I RICERCATORI DI “YALE UNIVERSITY” U.S.A. HANNO PUBBLICATO UN EDITORIALE SU “AMERICAN JOURNAL OF CLINICAL PATHOLOGY” PER RISPONDERE ALLA DOMANDA

Richard Torres e Henry Rinder, ricercatori di Yale University USA hanno pubblicato un editoriale su American Journal of Clinical Pathology per rispondere alla domanda: e’ davvero utile eseguire un test che ricerchi anticorpi contro il corona virus nel sangue?

Le conclusioni alle quali sono arrivati per il momento sono le seguenti:

1- I test disponibili danno risultati incerti: per ora non possono dire una parola definitiva sulla possibilita’ che chi e’ portatore di anticorpi anti SARS-CoV-2 sia definitivamente immune e che si sia liberato completamente dal virus: non e’ possibile ad oggi usare il test per autorizzare chi ha anticorpi positivi adavere contatti con altre persone senza correre il rischio di infettarle

2- Chi ha anticorpi anti SARS-CoV-2 di tipo IgG ha avuto contatto con il virus : gli anticorpi diventano rilevabili nel sangue non immediatamente ma dal 14esimo fino al 28esimo giorno dall’esordio dei sintomi 

3- Gli anticorpi positivi potrebbero essere stati prodotti dal contatto con un altro dei componenti della famiglia dei corona virus, come quelli che provocano le comuni sindromi influenzali , ma non necessariamente con il SARS-CoV-2

4- Per determinare se una persona e’ veramente immune nei confronti del SARS-CoV-2 bisogna tenere conto dei suoi sintomi e della specificita’ e sensibilita’ del test che misura gli anticorpi

5- I test sierologici attualmente disponibili sono stati eseguiti in modo sistematico e controllato su larga scala soprattutto nei pazienti ospedalizzati , ma ancora non abbastanza in modo sistematico nei pazienti senza sintomi

6- Una persona esposta a una carica virale relativamente bassa potrebbe produrre una quantita’di anticorpi insufficiente per neutralizzare il virus qualora si ripresentasse alla porta : quindi alla domanda alla quale tutti vogliamo avere una risposta , cioe’ “posso essere sicuro di avere un sistema di difesa sufficiente per neutralizzare il virus prima che provochi malattia?” per ora non c’e’ risposta certa.

7- Il dosaggio degli anticorpi presenta non pochi problemi di interpretazione anche quando eseguito su pazienti malati gravi: fra i pazienti ospedalizzati per infezione da SARS-CoV-2 con sintomi e con tampone positivo uno su tre non ha anticorpi circolanti nel sangue in grado di neutralizzare il virus quando il sangue viene messo a contatto con il virus stesso in laboratorio

8- L’interpretazione dei risultati dei test sierologici dovrebbe dare un risultato coerente con la sintomatologia del paziente e con il grado di gravita’ della malattia: questo purtroppo non e’ ancora stato verificato con certezza perche’ la nostra esperienza con il SARS-CoV-2 e’ ancora insufficiente

9- Per affermare che un individuo e’ veramente immune dovremmo disporre di informazioni che mettano in correlazione la manifestazione clinica della malattia con i risultati del test e migliorare la sensibilita’ e la specificita’ del test che ricerca gli anticorpi

10- Purtroppo ad oggi i dati di cui disponiamo sono limitati a pazienti ospedalizzati quindi gravi , e dobbiamo ragionevolmente dubitare che il test eseguito su pazienti completamente asintomatici o con sintomi lievi possa per ora fornire risultati non verosimili

11- Un test positivo potrebbe aver rilevato la presenza contemporanea di IgM e IgA, che compaiono un paio di giorni prima delle IgG : solo le IgG sono espressione di immunita’acquisita

12- Gli anziani producono anticorpi che sembrano essere piu’ potenti rispetto ai giovani

13- Ii test disponibili oggi sul mercato differiscono in modo significativo fra loro in termini di performance: per dare una interpretazione definitiva dei risultati del test e rassicurare le persone che vi si sottopongono sara’ necessaria la validazione di uno o piu di questi test su un numero di pazienti molto piu’ elevato rispetto a quanto fatto finora

14- Per ora dobbiamo quindi avere pazienza: se ci sottoponiamo a un test aspettandoci un risultato certo che ci rassicuri sul fatto di avere superato la malattia e di non essere piu’ infettanti, ad oggi possiamo invece ottenere invece un risultato non interpretabile

Maggio 2020 fonte American Journal of Clinical Pathology

Plasmaferesi terapeutica: alcune precisazioni e concetti

In quest’ultimi giorni abbiamo sentito parlare della cura del COVID-19 mediante infusione di plasma iperimmune derivato dai pazienti guariti, praticata per prima in Italia dal Dott. Giovanni De Donno, Primario del Reparto di Pneumologia dell’Ospedale “Carlo Poma” di Mantova.

Presentata come la scoperta dell’ultima ora, qualcosa di rivoluzionario che ci vogliono tenere nascosto per far arricchire le case farmaceutiche, l’infusione di immunoglobuline plasmatiche è una terapia in uso da decenni per le patologie infettive. È una terapia descritta nel 1913 la cui efficacia è nota nella comunità scientifica dal 1951.

La procedura è utilizzata per trattare un gran numero di malattie, incluse quelle del sistema immunitario, tra le quali la miastenia gravis, la sindrome di Guillain-Barré e il lupus eritematoso sistemico, per rimuovere dal circolo ematico tossine introdotte nel corpo.

Riguardo l’applicazione per il trattamento terapeutico del COVID-16 bisogna tener presente che questa è una TERAPIA DI EMERGENZA E NON DI ROUTINE, in quanto presenta una serie di limitazioni:

1) il plasma è un emoderivato, per cui, come anche gli organi e il sangue intero, deve essere sottoposto a test per scongiurare il rischio di infezione da HIV ed epatiti;

2) non si usa il plasma dei guariti in generale ma dei convalescenti, ossia soggetti guariti da poco tempo e che quindi hanno ancora una produzione anticorpale attiva.
Il titolo anticorpale (ossia la quantità di anticorpi diretti conto uno specifico target) si riduce nel tempo, per cui i guariti non sono utilizzabili all’infinito, perché a un certo punto la quantità di anticorpi presente è così bassa da essere inefficace verso un’infezione attiva;

3) il plasma dei convalescenti non sono tutti uguali perché non tutti i soggetti hanno la stessa produzione anticorpale. Per la terapia si utilizzano i soggetti iperimmuni, ossia con titolo anticorpale elevato ;

4) non tutti i soggetti iperimmuni possono essere usati, età superiore ai 65 anni e gravidanze fanno sì che i soggetti vengano esclusi;

5) il plasma dei convalescenti non contiene solo gli anticorpi di interesse ma tutta una serie di altri anticorpi che possono dare cross-reazioni;

6) l’infusione di plasma può essere fatta entro una finestra temporale definita, altrimenti non è più efficace;

7) l’infusione di plasma non induce una risposta immunitaria autonoma nel paziente, che quindi non è esente dal rischio di reinfezione/riattivazione.

In sintesi quindi, la terapia con plasma è un approccio di emergenza, perché dipende dal numero di soggetti convalescenti disponibili (ossia dalla circolazione del virus stesso) e dalla tempestività della terapia.

È chiaro quindi che per usare l’infusione di plasma come terapia di routine, dovremmo trovarci ogni volta di fronte a una situazione come quella che stiamo vivendo, con un numero molto elevato di contagiati nello stesso momento, situazione che nessuna persona di buon senso auspica.

Cosa fa un farmaco?

Un farmaco ci permette di essere “terapeuticamente indipendenti”: se arriva un paziente in ospedale che necessita di trattamento, non dobbiamo sperare che ci sia un convalescente idoneo nei paraggi. Resta il fatto che se la sintomatologia si aggrava rapidamente c’è il rischio che il farmaco non agisca in tempo e il paziente muoia.

Cosa fa invece il vaccino?

Un vaccino è un preparato contenente patogeni morti/ attenuati o loro singole componenti, ossia nulla in grado di dare patologia in soggetti immunocompetenti. Tali preparati fanno sì che i soggetti vaccinati producano i PROPRI ANTICORPI, per cui, nel momento in cui si viene in contatto con il patogeno, l’organismo è già equipaggiato per rispondere efficacemente ed evitare la sintomatologia clinica (NB: quando si contrae un’infezione, il numero di patogeni è inizialmente basso, per cui i titoli anticorpali basali, pur essendo bassi, sono sufficienti a bloccare l’infezione). Per cui con il vaccino siamo protetti dalla malattia, il virus non circola perché non ha modo di attecchire nell’individuo e non si ha bisogno di cure.

Le tre cose non si escludono tra loro: mentre i clinici trattano i pazienti nella fase di emergenza, i ricercatori investigano su farmaci e vaccini.

virus SARS-CoV-2: storia, modalità di trasmissione e Resistenza sulle superfici e in funzione della temperatura

Storia

I Coronavirus (CoV), gruppo di virus descritti per la prima volta negli anni ‘30 del secolo scorso nel pollame domestico, sono responsabili di infezioni respiratorie e intestinali negli animali e nell’uomo. Fino alla comparsa della sindrome respiratoria acuta grave (Severe Acute Respiratory Syndrome Coronavirus, SARS-CoV) in Cina nel 2002-2003 i CoV non erano considerati altamente patogeni per gli uomini, essendo responsabili principalmente di sindromi respiratorie lievi. Successivamente all’epidemia di SARS, il potenziale patogeno dei CoV per l’uomo si è confermato con la comparsa nel 2012 della Sindrome Respiratoria Mediorientale (MERS-CoV), patologia respiratoria ad elevata mortalità diffusa in Medioriente e, da ultimo, con l’emergere alla fine del 2019 del virus SARS-CoV-2 e della corrispondente Sindrome Respiratoria Acuta, COVID-19.

Modalità di trasmissione

La trasmissione del SARS-CoV-2, avviene prevalentemente mediante il contatto interumano tra persona e persona, attraverso l’inalazione di micro-goccioline (droplets), di dimensioni uguali o maggiori di 5 μm di diametro generate dalla tosse o starnuti di un soggetto infetto. Tali droplets generalmente si propagano per brevi distanze, e possono direttamente raggiungere le mucose nasali od orali o le congiuntive di soggetti suscettibili nelle immediate vicinanze, oppure depositarsi su oggetti o superfici. Se gli oggetti e le superfici vengono contaminati da droplets o direttamente da secrezioni respiratorie (saliva, secrezioni nasali, espettorato), il virus si può trasmettere indirettamente, attraverso il contatto delle mani contaminate con bocca, naso e occhi. La trasmissione per via aerea (con droplets di dimensioni <5 μm) si può verificare negli ambienti sanitari, in relazione alla generazione di aerosol a seguito di specifiche procedure come, ad esempio, intubazione o ventilazione forzata, per le quali l’OMS raccomanda precauzioni per contenere la trasmissione aerea.

È importante sottolineare che il periodo di incubazione del COVID-19, ovvero il periodo antecedente allo sviluppo dei sintomi, può durare fino a 14 giorni ed è in media di 5-6 giorni. Alcuni soggetti infetti possono trasmettere il virus ad altri individui 1-2 giorni prima dell’inizio della sintomatologia. I sintomi iniziali sono di solito aspecifici ed includono febbre, tosse secca e affaticamento, ma la malattia può manifestarsi con sintomi a carico di diversi apparati, incluso quello respiratorio (tosse, respiro corto, congestione nasale, mal di gola, rinorrea, dolore toracico), gastrointestinale (perdita dell’appetito, diarrea, nausea e vomito), muscolo-scheletrico (dolori muscolari), sistema nervoso (mal di testa, confusione, perdita di gusto e olfatto), e occhi (arrossamento). Dopo l’insorgenza dei sintomi la malattia può evolvere in una forma lieve, moderata, grave o critica, quest’ultima associata a manifestazioni quali la sindrome da distress respiratorio acuto (Acute Respiratory Distress Syndrome, ARDS) e alla compromissione di vari organi (apparato renale, sistema cardiovascolare, fegato).

Per quanto riguarda nello specifico il coinvolgimento dell’apparato gastrointestinale, dati in letteratura evidenziano che circa il 2-18% dei pazienti con COVID-19 presentano diarrea e diversi studi hanno rilevato il genoma virale nelle feci di soggetti infetti, sia sintomatici che asintomatici. Ulteriori studi hanno inoltre mostrato la presenza di particelle virali infettive di SARS-CoV-2 in campioni fecali e hanno messo in evidenza che le proteine dei recettori ACE2 (Angiotensin-Converting Enzyme 2) utilizzati dal SARS-CoV-2 per l’ingresso cellulare sono abbondantemente espresse nell’epitelio gastrointestinale e che SARS-CoV-2 è in grado di penetrare nelle cellule intestinali.

È indispensabile ricordare che, ad oggi, non sono stati segnalati casi associati alla trasmissione oro- fecale di SARS-CoV-2 e che, come evidenziato nelle valutazioni di molteplici organismi nazionali ed internazionali operanti nell’ambito della sicurezza degli alimenti (EFSA, FDA, ecc.), non vi sono evidenze di una sua trasmissione alimentare, associata agli operatori del settore alimentari o agli imballaggi per alimenti.

Resistenza sulle superfici e in funzione della temperatura

I dati disponibili su SARS-CoV2 mostrano che il virus ha una diversa sopravvivenza in base alla tipologia di superfice. In uno studio di Chin et al. , in condizioni controllate di laboratorio (es. umidità relativa del 65%), il virus infettante era rilevato per periodi inferiori alle 3 ore su carta (da stampa e per fazzoletti), fino a un giorno su legno e tessuti, due giorni su vetro, e per periodi più lunghi (4 giorni) su superfici lisce quali acciaio e plastica, persistendo fino a 7 giorni sul tessuto esterno delle mascherine chirurgiche. Risultati analoghi sono stati messi in evidenza da van Doremalen et al. che, sempre in condizioni di laboratorio, hanno evidenziato come il virus infettante fosse rilevabile fino a 4 ore su rame, 24 ore su cartone e 2-3 giorni su plastica e acciaio.

Significativamente, SARS-CoV-2 risulta efficacemente disattivato dopo 5 minuti di esposizione a comuni disinfettanti quali soluzioni a base di cloro allo 0,1%, etanolo al 70% o ad altri disinfettanti quali clorexidina 0,05% e benzalconio cloruro 0,1%.

Relativamente alle condizioni esterne di temperatura, SARS-CoV-2, come altri coronavirus e come gran parte dei virus, risulta stabile alle temperature di refrigerazione (+4°C), con una riduzione totale del virus infettante – in condizioni ottimali per la sua sopravvivenza come quelle sperimentali di laboratorio – pari a circa 0,7 log in 14 giorni. A temperatura ambiente, di contro, SARS-CoV-2 mostra una minore stabilità e virus infettante può essere rilevato fino a 7 giorni a 22°C o fino a 1 giorno a 37°C. Infine, SARS-CoV-2 mostra, nei confronti delle temperature rilevanti per i processi di preparazione dei cibi (cottura e mantenimento dalla temperatura nelle attività di ristorazione), un comportamento analogo a quello di altri Coronavirus come SARS e MERS, non essendo possibile rilevare virus infettante dopo 30 minuti a 56°C e dopo 5 minuti a 70°C.

Coronavirus, Nature medicine: “già contagiosi 2-3 giorni prima dei sintomi”

A favorire la diffusione di Sars-CoV-2 potrebbe aver contribuito il fatto che i pazienti possono iniziare a trasmettere il coronavirus 2-3 giorni prima della comparsa dei sintomi. Insomma, si è già contagiosi quando ancora non si sta male, e magari ci si muove liberamente e senza troppe precauzioni. Lo suggerisce uno studio di modellizzazione pubblicato su ‘Nature Medicine’ dal team di Eric Lau dell’Università di Hong Kong, Centro collaboratore dell’Organizzazione mondiale della sanità per l’epidemiologia e il controllo delle malattie infettive.

Diversi fattori possono influenzare l’efficacia delle misure di controllo mirate a prevenire la diffusione di Sars-CoV-2. Tra questi, il tempo trascorso tra i casi successivi in ​​una catena di trasmissione (intervallo seriale) e il periodo che intercorre tra l’esposizione a un’infezione e la comparsa di sintomi (periodo di incubazione). Se l’intervallo seriale è più breve del periodo di incubazione, ciò indica che la trasmissione potrebbe essere avvenuta prima della manifestazione di sintomi evidenti. Di conseguenza, le misure che scattano nel momento in cui compaiono i sintomi possono avere un effetto ridotto nel riuscire a controllare la diffusione del virus. Eric Lau e i suoi colleghi hanno studiato i modelli temporali della diffusione virale in 94 pazienti con Covid-19 ricoverati al Guangzhou Eighth People’s Hospital in Cina.

I tamponi della gola sono stati raccolti da quando i sintomi sono comparsi per la prima volta in questi pazienti fino a 32 giorni dopo. In totale, sono stati analizzati 414 tamponi, così i ricercatori hanno scoperto che i pazienti presentavano la più alta carica virale all’inizio dei sintomi. Separatamente, gli studiosi hanno modellato i profili di infettività di Covid-19 da un diverso campione di 77 ‘coppie di trasmissione’ a partire da dati pubblici. Ciascuna coppia comprendeva due pazienti con Covid-19 e un chiaro legame epidemiologico, con uno dei due che aveva elevate probabilità di aver infettato l’altro.

Da questo modello gli studiosi hanno dedotto che la contagiosità è iniziata in media circa 2 giorni e mezzo prima della comparsa dei sintomi e ha raggiunto il picco 0,7 giorni prima della loro manifestazione. Secondo le stime dei ricercatori, ben il 44% dei casi secondari è stato infettato durante la fase pre-sintomatica. Infine la contagiosità si è ridotta rapidamente entro 7 giorni. Pur evidenziando alcuni limiti della ricerca, perché gli stessi autori ammettono che potrebbe esserci un ritardo nel riconoscimento dei primi sintomi, lo studio mette in luce un periodo ‘finestra’ in cui un paziente è già contagioso pur senza sapere di essere malato.

Forte produzione di anticorpi nei primi test preclinici dei 5 vaccini italiani anti coronavirus

I cinque vaccini candidati italiani contro il coronavirus SARS-CoV-2 in sviluppo presso la Takis Biotech, una società di biotecnologie romana, hanno dato risultati incoraggianti nei primi test preclinici. Una singola iniezione è stata infatti sufficiente a determinare una forte risposta anticorpale. La sperimentazione sull’uomo potrebbe partire in autunno.

La sperimentazione preclinica dei cinque vaccini candidati prodotti in Italia contro il coronavirus SARS-CoV-2 è partita col piede giusto, offrendo dei primissimi risultati incoraggianti. Le preparazioni, infatti, determinano una forte produzione di anticorpi nei modelli cui sono stati somministrati. A dichiararlo all’ANSA è stato il dottor Luigi Aurisicchio, fondatore e amministratore delegato della società di biotecnologie di Castel Romano (Roma) Takis Biotech, che da 10 anni è impegnata nello sviluppo di nuovi farmaci contro il cancro (sfruttando il principio di attivare il sistema immunitario contro di esso) e le malattie virali.

Il team di scienziati sta conducendo test con cinque preparazioni differenti, avviati alla fine del mese scorso. I vaccini candidati “made in Italy” sono tutti progettati per colpire diverse regioni della proteina S (Spike o spicole), quella che il patogeno emerso in Cina alla fine dello scorso anno – tra il 20 e il 25 novembre 2019, secondo uno studio italiano condotto da scienziati italiani del Campus BioMedico di Roma – utilizza come un “piede di porco” per scardinare la parete delle cellule umane, penetrare all’interno e avviare il processo di replicazione, determinando l’infezione (chiamata COVID-19). E a quanto pare, le preparazioni messe a punto dalla Takis sulla base del sequenziamento genetico del patogeno, reso disponibile dagli scienziati cinesi a gennaio, sembrano essere davvero promettenti: “Dopo il primo esperimento e con una singola somministrazione abbiamo riscontrato un forte titolo anticorpale. I primi risultati nei modelli preclinici dimostrano la forte immunogenicità dei cinque candidati vaccini”, ha dichiarato il dottor Aurisicchio. I vaccini della Takis vengono somministrati con un’iniezione intramuscolare seguita da un piccolo impulso elettrico, che favorisce l’entrata della preparazione nelle cellule, al fine di attivare il sistema immunitario. La tecnica prende il nome di elettroporazione. Come specificato all’ANSA da Aurisicchio, dei 5 vaccini testati, due sembrano essere più promettenti nella produzione di anticorpi (proteine conosciute anche col nome di immunoglobuline).

Lo scopo ultimo di un vaccino è quello di preparare l’organismo all’“invasione”, addestrando il sistema immunitario a sviluppare gli anticorpi adeguati in caso di contatto col patogeno reale. In altri termini, un vaccino serve a sviluppare la cosiddetta memoria immunitaria, e dunque di rispondere prontamente non appena il microorganismo tenta di aggredirci. Esistono diverse tipologie di vaccini, ma in linea di massima si tratta di preparazioni con patogeni inattivati/attenuati o basate su singole porzioni di DNA o RNA, come nel caso della proteina S del SARS-CoV-2, quella che si lega al recettore ACE2 delle cellule umane e che dona l’aspetto a corona dei coronavirus, quando osservati al microscopio elettronico.

In precedenza il dottor Aurisicchio aveva dichiarato che, nel caso in cui i risultati dei test preclinici fossero stati incoraggianti, la sperimentazione sull’uomo dei vaccini Takis Biotech – autorizzata dal Ministero della Salute – sarebbe partita questo autunno. Il fatto che la prima iniezione sia stata sufficiente a innescare una forte riposta anticorpale lascia ben sperare per il prosieguo della sperimentazione, i cui risultati dovrebbero essere pubblicati nel mese di maggio. Nel frattempo è già partita la sperimentazione sull’uomo di tre vaccini; l’INO-4800 sviluppato dalla INOVIO Pharmaceuticals, Inc. e finanziato dalla Bill e Melinda Gates Foundation (BMGF); la preparazione messa a punto dalla società di biotecnologie Moderna Inc. e dai National Institutes of Health (NIH) americani e un preparato cinese. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ci vorranno almeno dai 12 ai 18 mesi per avere una preparazione sicura ed efficace in commercio.

Fonte: https://scienze.fanpage.it/vaccini-italiani-anti-coronavirus-positivi-i-primi-test-preclinici-forte-produzione-di-anticorpi/
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