Tutti gli articoli di Nicola Biagio Mitidieri

Su Ali d’Aquila tra Scilla e Cariddi

Al termine di ogni intervento sanitario, dobbiamo sentire che per il paziente non abbiamo fatto nient’altro che il nostro meglio.

Non possiamo non aggiornarci e non sapere quali sono le conoscenze mediche attuali.

“Dobbiamo imparare ogni giorno”.
Su queste parole dette dal padre del PHTLS, Norman McSwain, vorrei lasciare la mia testimonianza.

Si impara ogni giorno, è vero!
Sto effettuando dei corsi di Primo Soccorso presso la Casa Circondariale di Reggio Calabria con la Croce Rossa Italiana. All’inizio pensavo di non riuscire in questo progetto, mi sono detta:” Sarà difficile farti seguire”. “Vorranno venire “SOLO” per passare qualche ora diversa”.

E invece…niente di più sbagliato! In un ambiente chiuso, che opprime, sentendo le chiavi che si chiudevano dietro di me, luce che non arriva neanche se la paghi, un odore acre che ti punge l’anima, sono entrata nella biblioteca del Carcere di San Pietro ed ho cominciato a preparare il PC, le slides, il proiettore ecc.

Ed ecco sono arrivati gli ospiti, i detenuti.

In fila, sorridenti, uno dietro l’altro, hanno salutato, si sono seduti sparpagliati, felici.
Li guardavo entrare, sorridente, seguendoli con lo sguardo, uno dietro l’altro, salutando, impacciata.

Ci siamo presentati, ero con gli amici della Croce Rossa Italiana: Valentina, Educatrice; Roberto, Architetto; Katia, la Responsabile di Area 1; Maria Antonia Belgio, Presidente Onorario della LIDU ( Lega Italiana Diritti Umani), suo il Progetto che ha visto Croce Rossa Italiana eseguirlo.

Come Monitore di Primo Soccorso della CRI di lezioni in giro ne ho fatte parecchie, diversi anni ad istruire Cittadini ( insegnanti, impiegati, scolari ecc.) ma era la prima volta che facevo  Educazione Sanitaria in Carcere.

Nel mio vissuto stereotipato, vedevo gli ospiti come nei film Americani: tatuati, sputacchioni, armadi senza cervello camminare alla Silvester Stallone insomma tanto per capirci.

No…ho  sbagliato, sbagliato, sbagliato!!

Ho parlato per 4 ore a persone che non si sono mai annoiate, la più bella lezione fatta tra le più belle.

Come Infermiera del 118 so l’importanza del primo soccorso e le difficoltà che incontriamo per entrare in strutture come queste. In un sistema sanitario che deve dotarsi di una road map con tutti i nodi e le relative connessioni delle reti tempo-dipendenti per assicurare una presa in carico del paziente che, per gravità e caratteristiche delle patologie, deve avvenire nei tempi giusti e nel luogo di cura più appropriato, noi del 118, ci troviamo che, tra il dispacth e l’arrivo sul paziente perdiamo tra i 20 e i 30 minuti e oltre.

Qualsiasi sia la patologia di tempo ne passa e pure molto. Non avevo considerato però un altro fattore e non di poca importanza: il tempo che intercorre tra l’evento e l’arrivo del personale sanitario che opera all’interno della casa e che poi dovrà fare la chiamata. Anche qui un tempo tiranno che non gioca a favore del detenuto. Dove sono i livelli di efficienza, di efficacia, di qualità e sicurezza delle attività svolte?
Qui non c’è lo scoop and run. Qui non c’è lo stay and play! Per poter trasportare un detenuto c’è anche bisogno della scorta.
Altro tempo, altro giro.

Ma torniamo a loro, gli ospiti, quelli di cui vi parlavo prima, i Silvester Stallone de noi altri, quelli cattivi che sono chiusi giustamente dentro le mura.
Lo stereotipo di prima.
Hanno seguito con grande passione, si sono messi in gioco, hanno imparato a disostruire, hanno imparato a comprimere una emorragia, effettuato un buon massaggio cardiaco ecc. BRAVI, BRAVI!!

Nel pomeriggio siamo tornati.

Due detenuti non avevano pranzato. Hanno preparato dei bignè alla crema per noi (cioccolata e crema pasticcera).  Volevano ringraziarci per ciò che avevamo fatto per loro ed il tempo tiranno non li ha fermati, ceneranno stasera.

“Qui, signora mia, fino a ieri si moriva, oggi possiamo fermare il tempo come lei ci ha insegnato, Grazie!”

Si sono messi in fila, per ringraziarci uno ad uno.

E Tra Scilla e Cariddi il vento ha soffiato via tutte le mie riserve mentali, tutti i miei stereotipi.

Ed anche se non ci sono zone di franchigia, qualunque sia lo status, qualunque sia la condizione umana mai più vedrò un film Americano, non dice la verità!

Daniela Marcella Dattola

Infermiera 118 Reggio Calabria presso la postazione Reggio Sud

Monitore di Primo Soccorso presso la Croce Rossa Italiana

Cosa significa associarsi

 

 

Associarsi: stare insieme per lavorare insieme

 

Oggi più che mai, in un momento in cui tutto cambia e tutto si ribalta nel giro di pochi istanti, fare squadra si rivela l’arma vincente per ottenere qualsiasi tipo di risultato.

Associarsi, non vuol dire solamente pagare un tesseramento “per chi sa quale motivo”, ma significa essere parte attiva di un gruppo che dichiara la propria esistenza, e rivendica i propri diritti, significa poter gridare a voce alta il proprio ruolo all’interno della società, significa dichiarare il proprio pensiero perché in comune col pensiero di tante altre persone.

Associarsi significa essere presenti per ottenere nuovi risultati.

Associarsi significa potersi trovare, avere diritto di parola e di voto, manifestare il proprio assenso ed il proprio dissenso.

Associarsi significa remare tutti dalla stessa parte, condividere un pensiero comune, senza essere una voce fuori dal coro.

Associarsi implica anche dei doveri morali e pratici, come ad esempio non parlare tanto per fare discussioni “da bar”, ma parlare in maniera costruttiva e non demolitiva.

Associarsi significa poter contare sull’aiuto di tutti.

Associarsi significa poter dire a gran voce” IO SONO, PERCHÉ’ VIVO”.

Non è necessario che l’attività dell’individuo raggiunga livelli di eccellenza; «quello che conta è che la vita interna di queste associazioni sia convenientemente regolata sulla base delle abilità e delle esigenze di coloro che vi appartengono, e che fornisca una solida base per il senso di valore personale dei loro membri.

Il livello assoluto di realizzazione è irrilevante.

«Quello che è necessario è che ci sia per ciascuna persona almeno una comunità di interessi condivisi alla quale essa appartenga e dove i suoi tentativi siano convalidati dai suoi consociati».

Giorno dopo giorno scopriamo che nessuno ha formule collaudate, se non i miopi e gli illusi, per navigare in un mare particolarmente infido e rischioso da sottovalutare.

Per riuscire a farlo, come in molti altri settori della società, si può affermare che l’associazionismo, come valore che ci ha mossi, potrebbe dare preziosi frutti.

Uno dei modi di affrontare il presente (la crisi non è ciclica, implica un salto culturale, professionale e d’azione) è di recuperare la forza della mutualità, della responsabilità diretta, della cooperazione, del progettare e realizzare insieme.

Può essere una prospettiva anche per l’associazionismo?

Spero che questa nostra nuova esperienza possa e sappia offrire qualche indicazione e far scaturire qualche scelta al riguardo e che dia grandi risultati.

Giustino Ciccone

Infermiere, professore a contratto, Tor Vergata – Roma

Ottobre 2018: 40 anni dopo la Legge Basaglia nella Salute Mentale

 

 

 

 

 

Siamo nel mese di Ottobre, mese in cui l’OMS ricorda la giornata mondiale della “ Salute Mentale“, quest’anno dedicata alle sempre maggiori problematiche legate ai giovani e agli adolescenti.

Siamo anche nel anno del 40° anniversario della legge 180  conosciuta più comunemente come legge Basaglia.

Una riforma che è stata  una rivoluzione culturale con una portata incredibile che ha segnato la storia sociale del nostro paese, con la chiusura dei  Manicomi  i quali non curavano  ma erano solo luoghi di  esclusione sociale.

La   Riforma Basaglia,  un modello di cura che si fonde sul Rispetto  per l’essere umano, per la sua dignità, per il diritto alla speranza di guarigione.

Purtroppo, molte delle sue indicazioni, risultano disattese o parzialmente realizzate anche per la criticità del nostro sistema; mancanza di risorse, differenze regionali, difficoltà nell’inserimento lavorativo e sociale per i malati.

Negli ultimi anni, si sono aggiunte nuove problematiche dovute a nuove patologie come i Disturbi del Comportamento Alimentare e l’esplosione delle Demenze e delle malattie Neurovegetative.

Inoltre, tutte le nuove Dipendenze , la crescita dei Disturbi Post Traumatici, dovuti anche alla crisi Economica degli ultimi anni e non ultimo il Fenomeno Migratorio.

La Salute Mentale, sarà il principale problema del nostro futuro prossimo, non può essere lasciata alla sola  responsabilità dei Servizi Psichiatrici e dei loro Operatori perché i ricoveri, i farmaci e la psicoterapia da soli non bastano.

Il problema è la distanza che tuttora esiste fra ciò che potrebbe essere fatto e ciò che realmente si fa per i Disturbi Mentali, inclusi quelli più comuni nella popolazione Mondiale (Ansia e Depressione).

Serve un grande cambiamento Culturale dentro di noi, per accettare la Malattia Mentale.

La Follia non ci deve far paura, essa non va allontanata e isolata.

Ci auguriamo pertanto, che questa fase politica possa consentirci di realizzarlo.

Eugenia Francesca Sergi

Infermiere Coordinatore S.P.D.C. – ASP – Cosenza

 

Nicola Pagliaro

Infermiere S.P.D.C. – ASP – Cosenza

 

Lavoriamo per le Professioni. Non siamo in contrapposizione a nessuno

Non siamo contro nessuno, siamo solo a favore delle nostre professioni, abbiamo scopi costruttivi a cui tutti possono dare il loro, non siamo contro nessuno, proponiamo idee e aspettiamo di svilupparle con tutti.
“Noi non siamo contro” nessuno, perché siamo professionisti, perché siamo convinti che le Professioni Sanitarie che svolgono i propri ruoli di educazione sanitaria, presa in carico e cura, siano ancora un bene e un valore superiore per la società e per i professionisti che ne fanno parte.
“Gli Argonauti ” non è la solita associazione tradizionale ma è una
grande comunità a livello nazionale di cui mi sono sentito parte sin dal primo momento e di cui ho sposato la proposta e gli obiettivi che fanno dell’azione il metodo prioritario per risolvere concretamente i problemi dei cittadini utenti della Sanità.
“Gli Argonauti ” vogliono, con la loro azione,  stimolare i professionisti affinché si guardino intorno e capiscano che per  riprendersi il futuro serve la volontà e l’impegno di tutti e che non possiamo continuare a delegare a chi finora non ha prodotto un bel niente. Chi è attento osservatore sa benissimo che negli ultimi anni abbiamo assistito ad una farsa, da parte di persone, che hanno fatto di tutto per tutelare i propri interessi.
E’ vero, non siamo contro nessuno e neanche contro i professionisti e la professione ma molte delle cose che vediamo e sentiamo all’interno della stessa proprio non ci piacciono. Non ci piace la corsa al potere centrata sulla raccomandazione, non ci piacciono i percorsi privilegiati, le pagelle e la suddivisione del sapere in comparti
stagni, non ci piace l’accidia che caratterizza tantissimi nostri colleghi, non ci piace chi lascia tutto uguale perché fanno tutti così.
“Gli Argonauti ” siamo noi, nessuno si senta escluso perché non siamo contro nessuno, tranne chi è contro di noi. E forse nemmeno contro di loro … in fondo!!!

Giustino Ciccone

Infermiere, professore a contratto Tor Vergata-Roma

 

I Processi di integrazione delle professioni sanitarie


Con la crescita esponenziale delle richieste degli utenti e delle conoscenze scientifiche, la legittimazione delle professioni sanitarie è avvenuta grazie alla crescente delega di attività lavorative precedentemente svolte esclusivamente dalla classe medica.

Altre professioni, come i tecnici di radiologia medica, di laboratorio biomedico ed i fisioterapisti, e tante altre ancora, devono la loro crescita all’evoluzione tecnologica e alla diffusione di apparecchiature nuove negli ospedali.

Quindi emerge chiaramente come il concetto di integrazione tra le diverse professioni sanitarie divenga un concetto chiave importante per la gestione efficace ed efficiente delle risorse e per il conseguimento degli obiettivi delle aziende sanitarie: promozione, mantenimento e recupero della salute fisica e psichica dei pazienti.

Il concetto di “integrazione” non riguarda solamente un aspetto organizzativo, cioè di coordinamento tra gli operatori o come rete di servizi e di professionalità, ma anche un aspetto culturale, di superamento del concetto duale di salute e malattia per passare a quello di “benessere fisico psichico e sociale”, che permette di mettere al centro la persona ed i suoi bisogni. Vi sono inoltre l’aspetto sociale di integrazione (tra operatore ed utente), quello professionale (tra professionisti) e quello gestionale (integrazione di servizi).

L’équipe interprofessionale è la modalità operativa necessaria per l’erogazione delle prestazioni che gli utenti chiedono al servizio sanitario, ed essa prevede che i suoi componenti siano consapevoli e riconoscano reciprocamente le proprie identità professionali e le proprie competenze, sviluppando una cultura comune per gestire globalmente e  in maniera olistica le problematiche che incontrano.

Questo comporta che i membri di tali gruppi interprofessionali debbano sviluppare una serie di competenze:

– Relazionali: per la gestione delle relazioni terapeutiche con il paziente in ottica di empowerment, e con i componenti dell’équipe stessa;

– Organizzative: per l’integrazione delle proprie attività e competenze con quelle degli altri professionisti;

– Clinico-assistenziali: per l’espletamento della propria attività professionale;

– Di leadership e decision-making per guidare ed interagire con il team;

– Di collaborazione, dato che “integrare” letteralmente significa “aggiungere ciò che manca ad un intero”.

A tale scopo appare fondamentale che tali processi vengano accompagnati da una formazione mirata dei professionisti e che la loro integrazione non venga lasciata solo alle doti di socializzazione soggettive e alle peculiarità del carattere di ognuno di essi.

Ci si può infatti chiedere se l’espansione e lo sviluppo delle professioni di assistenza abbia contribuito a generare nuove opportunità organizzative o abbia dato vita a criticità inter ed intra-professionali.

A tal riguardo si può solo affermare che il risultato non sia né l’uno né l’altro, ma che esso dipenda solo dal modo con cui i professionisti vengono accompagnati in tale percorso. Infatti le dinamiche collettive sono profondamente complesse: il legame tra i membri di un gruppo non può essere basato solo sull’interazione, sulla coesione e sull’appartenenza ad una comune matrice; occorre che la diversità e la poliedricità dei suoi elementi vengano governati e fatti confluire verso un ambiente che favorisca la collaborazione ed il ben-essere organizzativo.

Altrimenti si corre il rischio di frustrare le diverse professionalità e le rispettive autonomie, producendo risultati peggiori di quelli conseguiti dagli operatori singolarmente, come avveniva in passato.

 

Giustino Ciccone

Infermiere, professore a contratto Tor Vergata-Roma